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Vincenzo Manca, attraverso il tempo fra arte etica e nuova ricerca


A Sassari fino al 26 aprile la mostra antologica
Vincenzo Manca, attraverso il tempo fra arte etica e nuova ricerca


Un'intera
vita dedicata alla cultura e all'arte quella di Vincenzo Manca (Ozieri, 1916), intellettuale e pittore, che all'impegno politico, all'attività di pubblicista e all'insegnamento, ha sempre affiancato la pittura. Attraversando gran parte del Novecento e approdando a questo primo scorcio di secolo senza mai abbandonare il suo percorso artistico.

Un percorso lungo e articolato, fatto di svolte e di pause, sempre però condotto sul filo di una ricerca rigorosa, durante il quale non sono mancate le mostre collettive e personali accompagnate dall'apprezzamento di pubblico e critica. Un percorso che solo ora, con la mostra antologica in corso al Palazzo della Frumentaria di Sassari fino al 26 aprile, è possibile valutare in tutte le sue articolazioni ed esiti.

La mostra “Vincenzo Manca. Opere 1937 – 2009” racconta dunque attraverso un centinaio di opere gli oltre settant'anni di attività di questo artista. Tanto prolifico e longevo quanto schivo, appartato e davvero poco interessato al facile plauso del momento.

Concentrato
e interessato, invece, a precisare la propria visione dell'arte che poco ha tenuto conto delle mode e delle correnti più in voga nel corso dei decenni e molto ha guardato alla società civile e all'individuo. Sopratutto a quelli di una Sardegna, sì in divenire, ma sempre rappresentata come indissolubilmente legata alla sua storia millenaria, ai suoi archetipi, alla poco mutevole identità della sua cultura.

La mostra è stata voluta e organizzata (col sostegno dell'assessorato alla Cultura del Comune di Sassari, della Facoltà di Lingue dell’Università di Sassari, dalla Fondazione Banco di Sardegna e dalla Banca di Sassari) dal comitato formato da Caterina Virdis Limentani dell’Università di Sassari, Pier Michele Denti, responsabile della Galleria Denti & Denti e le tre figlie dell’artista, Maria Lucia, Annalena e Silvia Manca.

Un impegno fondamentale, quello del comitato, per fare riscoprire a Sassari, alla Sardegna e a tutti coloro che s'interessano di arte contemporanea sarda un artista di cui, nonostante l'indubbio valore, poco si è parlato e scritto negli ultimi anni.

Per colmare
il vuoto critico degli ultimi decenni fondamentale è il catalogo, presente in mostra, a cura di Caterina Virdis Limentani e con scritti di Annalena Manca, preziosa guida alle opere esposte e indispensabile per capire a fondo i riflessi biografici e storici sulla produzione di Vincenzo Manca.

L'esposizione delle opere segue il percorso cronologico dando conto delle diverse fasi attraversate dall'artista: dagli anni trascorsi a Firenze dove ha compiuto i suoi studi universitari (1936-1940) ma dove ha avuto anche modo di frequentare una scuola di pittura e successivamente, nell'immediato dopoguerra, una cerchia di artisti come Vinicio Berti, Gualtiero Nativi, Mario Nuti, Fernando Farulli, Renato Birolli (appartenenti al gruppo dell' "Astrattismo classico") dei quali nella mostra sono esposti schizzi e disegni di proprietà del pittore.

Di grande forza e impatto sono le opere di questo primo periodo: soprattutto le nature morte in cui è evidente l'influsso neocubista. Cui fanno seguito, negli anni Cinquanta, altri dipinti sempre da annoverare nel figurativo, ma in cui peraltro già si affaccia prepotentemente la visione della Sardegna, in cui l'artista è tornato a vivere stabilmente dal 1952 e che, evidentemente, diventa fonte di grande ispirazione.

D'altro canto Vincenzo Manca non si è mai allontanato dal figurativo, nonostante le sue frequentazioni con gli astrattisti durante gli anni fiorentini e nonostante il fatto che anche nell'isola, dagli fine degli anni Cinquanta, sia fiorita una scuola astrattista, capeggiata da Mauro Manca, direttore dell'Istituto d'Arte sassarese, che ha avuto largo spazio e fortuna critica nella storia dell'arte sarda del secondo Novecento.

Vincenzo
Manca è infatti restato sempre fedele a un certo realismo e comunque a uno stile classificabile come figurativo, forse anche per la volontà, proveniente dalla sua lunga militanza nel Partito Comunista, di produrre un'arte in qualche modo legata a temi sociali e politici. Un'arte, come sottolinea Caterina Virdis Limentani, connotata da “scelte eminentemente etiche”.

Le figure di uomini, donne e paesaggi riconducibili all'isola restano dunque centrali anche nella produzione dei decenni successivi. Figure spesso solitarie ma che anche quando ritratte in gruppi rivelano, dai rapidi ma icastici tratti, un'espressione impenetrabile e un senso di abbandono e di solitudine che chi conosce bene la Sardegna coglie subito come elementi caratterizzanti dei sardi più autentici.

Questa produzione si evolve poi senza soluzione di continuità fino ai primi anni '90, quando invece nell'attività dell'artista si verifica una vera e propria cesura determinata dalla scomparsa della moglie, comportando alcuni anni di pausa nella sua produzione pittorica.

La ripresa dell'attività, dopo quella che è stata vissuta come una perdita irreparabile, è segnata dal momento in cui Manca dipinge la serie delle “Tele mute”, che rappresentano i suoi quadri voltati sul retro, a significare tutta la difficoltà dell'uomo a riprendere il suo dialogo col mondo.

Infine
prevale la vitalità dell'artista col ritorno alla pittura di paesaggi dai colori vividi e saturi fino alla produzione più recente che rivela l'approdo a un nuovo segno pittorico.

Una svolta per certi versi sorprendente e inaspettata in cui l'artista scopre una nuova vena creativa con cui reinterpreta gli elementi più arcaici della storia e della cultura sarda.

Quasi delle pitture rupestri in cui affiorano graffiti, simboli, segni e figure di uomini e animali che parlano di una terra e di una cultura antichissime, addirittura preistoriche. E' la Sardegna nuragica e prenuragica, ancora incontaminata da invasioni più o meno recenti. Anche i titoli delle opere confermano questo guardare al passato più remoto dell'isola: “La caccia”, “Vengono da lontano”, “Uomo e donna”, “Guerriero”.

Fino all'ultima opera che chiude e suggella la mostra, “Guerriero e toro”, in cui il segno del corno taurino è presente anche nel copricapo del guerriero. Quasi a sottolineare quella contiguità fra animale e uomo, fra natura e cultura che ha sempre costituito il substrato della tradizione isolana. Una vicinanza che l'artista indica come estrema ancora di salvezza contro l'avanzata, apparentememte irresistibile, della modernità, della globalizzazione e del cosiddetto “progresso”.

Eugenia Da Bove

(12 aprile 2010)

sopra alcuni dipinti della mostra "Vincenzo Manca. Opere 1937 – 2009”







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