Lo scorso 13 luglio a Sassari la mostra - performance dell'artista Mario Pischedda
“Rassegnamoci all'effimero”, ma non troppo
Una
società zeppa di restrizioni, una stampa imbavagliata che dice solo quello che le fa comodo, serie difficoltà per gli artisti a reperire spazi dove esprimersi liberamente e dove conquistare visibilità.
Non è andato per il sottile Mario Pischedda, eccentrica figura di artista, lo scorso 13 luglio, nel sollevare questioni e dibattiti intorno all'odierna funzione dell'arte e della comunicazione. Il tutto nel corso della sua mostra - evento - perfomance dal titolo “Rassegnamoci all'effimero”.
Un evento dal sapore provocatorio già dal luogo del suo svolgimento, quella ex questura di Sassari dei cui locali, dallo scorso 26 maggio, è in corso l'occupazione da parte di gruppi e collettivi di artisti, nonché di singoli accorsi da ogni angolo della Sardegna e del resto d'Italia. Una occupazione con la quale si vuole portare polemicamente all'attenzione della politica e della società cittadina la grande questione della mancanza di spazi a disposizione degli artisti, soprattutto dei più giovani ed emergenti. In una visione dell'arte che non prevede torri d'avorio ma la condivisione continua nello spazio e nel tempo del “prodotto” artistico con i suoi fruitori.
Una
visione alla quale non è ovviamente estraneo Mario Pischedda che giudica oggi l'arte come l'unica vera ed efficace forma di lotta politica. Quel certo tipo di arte, ovviamente, che non insegue il sostegno delle amministrazioni pubbliche o si avvale di ricchi sponsor, ma che trae la sua linfa vitale dalla strada, dal contatto con la vita reale di tutti i giorni e si serve delle nuove tecnologie per aggirare le censure. Dunque internet, i blog, e soprattutto i social network, in primis facebook, divenuto secondo Pischedda una nuova e rivoluzionaria forma di giornalismo che sottrae le notizie alla censura dei giornali e dei governi.
In questa cornice la fotografia è divenuta appunto una forma di lotta politica alla portata di tutti, poiché con le digitali, tutti possono fotografare ed esprimersi. Non più, dunque, l'arte elitaria del Novecento, appannaggio esclusivo di ricchi borghesi, quali effettivamente erano i grandi nomi della storia della fotografia da Henry Cartier-Bresson a Sebastiao Salgado. Personaggi, ha rimarcato l'artista, che pur occupandosi nel loro lavoro di realtà spesso difficili e marginali hanno avuto alle spalle certezze e possibilità in grado di sostenere la loro ricerca artistica.
Oggi
la digitalizzazione dell'immagine ha reso la fotografia accessibile ai più. Per questo motivo Pischedda ha invitato il pubblico a fare della macchina fotografica una vera e propria protesi e, dunque, a utilizzarla come il prolungamento della mano e dell'occhio, in una sorta di automatismo procurato dall'uso continuo.
Una serata all'insegna dello scambio e del dibattito fra pubblico e artista, proseguita con la proiezione di slides, gli ultimi lavori fotografici di Pischedda, e dove non sono mancate le performance più curiose e impreviste. Come quella che ha visto lo svolgimento di una bizzarra asta, del tutto simbolica, in cui è stata battuta una raccolta di opere fotografiche dell'artista e che si è chiusa con l'aggiudicazione a una cifra irrisoria, appena sopra i venti euro.
Proprio quello che voleva il suo autore il quale, con questo gesto, intendeva affermare la necessità di un'arte praticamente gratuita e non, come accade più spesso, un mezzo per l'arricchimento personale.
Poi Pischedda ha invitato i presenti a fotografarlo mentre un fuoco d'artificio si consumava sulla sommità del suo capo, suggestiva metafora della natura vulcanica e del potere illuminante di una mente creativa.
Eugenia Da Bove
(14 luglio 2010)
sopra alcune performance dell'artista Mario Pischedda; in basso l'opera messa all'asta, fra le mani della fortunata appassionata d'arte che se la è aggiudicata