Rilevate dagli studiosi ricorrenze non casuali
nella posizione delle tombe neolitiche
Con "La misura del tempo" nasce
l'archeoastronomia accademica
L'orientamento
delle tombe neolitiche presenta ricorrenze non casuali che implicano l'adozione di un possibile criterio nel posizionamento degli impianti funerari realizzati dai sardi antichi.
E' ragionevole supporre che i prenuragici avessero una certa confidenza con i fenomeni del cielo, nozioni funzionali alla conoscenza di un elementare calendario utile alle comunità di agricoltori e allevatori sparse nell'isola.
Sono i primi, importanti risultati, benché parziali, emersi dai lavori del I convegno nazionale di archeoastronomia in Sardegna, svoltosi stamani a Sassari nell'aula magna dell'Università centrale.
Dalla relazione di Gian Nicola Cabizza e Michele Forteleoni, presidente quest'ultimo della Società astronomica turritana, curatori della parte astronomica del progetto "La misura del tempo", sembrerebbe emergere una ricorrenza non casuale di alcune importanti rilevanze statistiche durante i sopralluoghi su 156 ipogei della provincia di Sassari.
Astronomi e archeologi, in un reciproco rapporto di scambio, grazie all'impiego di strumenti tecnici, hanno rilevato che numerose tombe, presenti su siti diversi, sono state realizzate con lo stesso criterio di orientamento.
"Questo
- ha spiegato Cabizza - ci autorizza quantomeno a fare delle congetture relative alla possibile conoscenza dei fenomeni celesti fra i sardi del Neolitico". C'è una particolare ragione per cui le tombe sono orientate a Est e non a Ovest che induce gli studiosi di Aristeo e della Sat a domandarsi se i sardi del Neolitico fossero conoscitori dei fenomeni del cielo. "Conoscenza - hanno spiegato i relatori - che sarebbe funzionale alle esigenze di una comunità che proprio in quel periodo sperimentava la pratica dell'agricoltura".
Ma se trarre delle conclusioni è ancora prematuro (il programma prevede di effettuare sopralluoghi su almeno 600 impianti funerari) certo è invece che l'archeoastronomia, disciplina ormai ammessa e rispettata dalla comunità scientifica, con il convegno promosso e organizzato da Aristeo è entrata a pieno titolo nelle aule d'accademia.
Lo ha rimarcato anche il rettore Attilio Mastino, in apertura di lavori, evidenziando non soltanto il fatto che per anni nei confronti di questa disciplina c'è stato un eccesso di prudenza, ma soprattutto che nel tempo è cresciuto l'interesse della comunità scientifica nei confronti di un approccio capace di gettare nuova luce su questioni assai dibattute.
Significativa,
al riguardo, la posizione dell'archeologo Alberto Moravetti, ordinario di preistoria e protostoria nella facoltà di Lettere di Sassari, il quale ha auspicato una collaborazione proficua tra astronomi e archeologi e la necessità di adottare un modello unico per scongiurare il pericolo dell'autoreferenzialità.
Sulla necessità di adottare un metodo condiviso è intervenuta anche Simonetta Castia, archeologa, presidente dell'associazione culturale Aristeo, che con la Sat ha promosso e organizzato l'evento: "Occorre individuare un metodo - ha detto - capace di portare a risultati certi, non a verità assolute e soprattutto che consenta di non scadere nella spettacolarizzazione".
I lavori del convegno, il primo a carattere nazionale organizzato in Sardegna in un'aula universitaria, si sono avvalsi di diversi preziosi contributi, tra cui quello dell'archeologo cagliaritano Roberto Sirigu di Elio Antonello, presidente della Sia (Società italiana di archeoastronomia) e componente dell'Osservatorio astronomico di Brera e Mario Codebò del Centro ricerche archeoastronomia Ligustica di Genova, nonché dell'intervento del sindaco Gianfranco Ganau.
Il progetto, denominato "La misura del tempo", tuttora in itinere, è ripartito in tre annualità che concentrano l'attività di ricerca in tre distinti periodi della storia sarda antica: Il Neolitico, l'età del Rame e l'età del Bronzo.
(13 dicembre 2011)
sopra un momento del convegno "La misura del tempo"