Presentate le opere donate dalla vedova dell'artista al Mus'a di Sassari
Carlo Battaglia, l'ineluttabile modalità del visibile
Sassari
si arricchisce delle opere di Carlo Battaglia, sardo di nascita ma dalla biografia artistica internazionale. Dieci dipinti di grandi dimensioni che la vedova di Battaglia, Carla Panicali di Montalto, gallerista di successo a Roma e a New York e per quarantacinque anni, fino alla morte delll'artista avvenuta nel 2005, sempre al suo fianco, ha voluto donare alla Pinacoteca Mus’a al Canopoleno.
Dove lo scorso 24 settembre in occasione delle Giornate Europee del Patrimonio i dipinti sono stati ufficialmente presentati dal Soprintendente per i Beni Culturali delle Province di Sassari e Nuoro Gabriele Tola, dalla storica dell'arte Maria Paola Dettori, che come funzionario della Soprintendenza ha seguito l'iter per l'acquisizione delle opere e ne ha curato l'esposizione, dalla stessa Panicali di Montalto e da Simone Pallotta, critico ufficiale dell'opera di Carlo Battaglia.
Le
opere che costituiscono la donazione sono tutte dedicate a uno dei grandi temi su cui Battaglia ha concentrato la sua ricerca, il mare. Soprattutto il mare della sua La Maddalena dove era nato nel 1933, in cui trascorse gli anni dal '43 al '47, e dove dagli anni '80 decise di vivere stabilmente per trovare quell'isolamento che ormai sentiva necessario a nutrire il carattere contemplativo della sua pittura.
Era l'ultimo approdo e il ritorno alle origini di una vicenda artistica segnata da una formazione e da esperienze internazionali. Battaglia si era infatti diplomato nel '57 all'Accademia di Belle Arti di Roma con una tesi su Jackson Pollock. Quindi la volontà di conoscere da vicino le opere dei maestri dell'arte contemporanea lo portò a viaggiare e a visitare i grandi musei europei. Ma furono soprattutto Parigi, dove nel '62 si trasferì con una borsa di studio per la pittura, e in seguito New York i luoghi dove Battaglia compì le esperienze più significative della sua formazione.
In particolare, nel 1967, il soggiorno di diversi mesi a New York lo vide stringere amicizia con artisti come Robert Motherwell e Mark Rothko che lo aprirono alle novità e all'immediatezza dell'arte americana influenzando la sua evoluzione artistica. Sulla quale tuttavia ebbe un notevole peso anche la sua provenienza europea e la plurisecolare e certo non trascurabile storia artistica del vecchio continente. Storia di cui Battaglia non fu mai immemore e alla cui conoscenza univa una più ampia cultura umanistica. Come racconta anche il documentario “Dell'osservazione e di altri principi” girato da Vittorio Armentano e proiettato al Mus'a a introduzione della presentazione delle opere.
Una
pellicola da cui, oltre allo spessore culturale dell'uomo, emerge la sensibilità di un artista più votato alla contemplazione, alla ricerca interiore e alla meditazione su quanto certa letteratura poteva offrire alla sua arte, che al perseguimento della mera affermazione del suo pur notevole talento.
Talento che Battaglia ha peraltro sempre coltivato con una devota pratica di affinamento della sua tecnica pittorica. Un aspetto sottolineato con forza da Simone Pallotta che ha ricordato come per Battaglia il termine “artista” fosse sostanzialmente un sinonimo di “artigiano” e come il raggiungimento della perfezione tecnica rappresentasse per lui il coronamento del lavoro di una vita nonché il veicolo principe per sfuggire all'arte “cattiva” cioè a un'arte inaccurata e quindi sostanzialmente mistificatrice.
Tutti
approcci a loro volta confermati dalla testimonianza raccolta da Armentano nel cui documentario Battaglia, ripreso nella sua casa studio di La Maddalena mentre dipinge o contempla il mare, parla della sua visione dell'arte. E quindi del ruolo della memoria come necessario filtro delll'osservazione da cui fare defluire infine l'essenza dell'arte. Ovvero quella che Battaglia chiama, citando l'Ulisse di Joyce, “l'ineluttabile modalità del visibile”, la visione soggettiva e ultima dell'artista, attraverso cui Battaglia giungeva a riprodurre nelle sue opere la sua osservazione del mondo.
Con esiti che sfuggono perlopiù a un inserimento nelle categorie di astratto e figurativo, come testimoniano anche i dipinti da ora in esposizione permanente al Mus'a, sostanzialmente inclassificabili nell'uno o nell'altro genere. E che descrivono sinteticamente il percorso di Battaglia in un arco temporale compreso fra il 1964 e il 2000.
Dunque un artista complesso, tecnicamente e culturalmente “a strati”: sei o sette quelli di pittura riscontrabili nei suoi quadri ma certo di più quelli attraversati dalla sua instancabile ricerca artistica. Opere quelle di Battaglia che nella loro apparente semplicità risultano facilmente leggibili e apprezzabili da un pubblico ampio ed eterogeneo. Ma che tuttavia si servono di linguaggi molto più articolati di quanto uno sguardo superficiale possa rilevare e che, per chi non si fermi al pur notevole impatto estetico, sono eloquenti della profondità del mondo interiore dell'artista.
Eugenia Da Bove
(27 settembre 2010)
sopra due delle opere di Carlo Battaglia in esposizione permanente al Mus'a di Sassari; al centro un momento del documentario di Vittorio Armentano in cui l'artista è ripreso mentre lavora a uno dei suoi quadri; in basso Carla Panicali di Montalto al Mus'a durante la presentazione delle opere del marito da lei donate